Nove storie

Konrad LorenzL’anello di Re Salomone 

Jack London - Il richiamo della foresta

Alexandre Dumas - Il conte di Montecristo

John Ronald Reueld Tolkien - Lo Hobbit 

Charles Dickens - David Copperfield

Robert Louis Stevenson - L’isola del tesoro

Robert Louis Stevenson – Lo strano caso del dottor Jekill e del signor Hyde

Oscar Wilde - Il compleanno dell’Infanta

Oscar Wilde – L’usignolo e la rosa 

Le letture che abbiamo compiuto da ragazzini saranno quelle che ci accompagneranno per tutta la vita. E le vostre quali sono?


This must be the place

Cheyenne, cinquant’anni, trentacinque dei quali passati accanto ad una donna un po’ moglie e un po’ mamma e in mezzo venti trascorsi tra droghe, alcool, palchi e concerti da sturbo esistenzialista. Sembra uscito dalla copertina di un gruppo new wave Cheyenne, coi capelli neri cotonati, il rossetto, il mascara e un quintale di ferraglia alle falangi. Ma Cheyenne è veramente un uomo da copertina, e non certo di un solo cd: frontman di uno storico gruppo post punk a cavallo tra i lacrimevoli ending 70′s e i laccati 80′s, travolto dalla nuova epica dello stomach pain ululata dai cantori del grunge in jeans e scarpe da ginnastica, vive da vent’anni in una bellissima villa con parco a Dublino coi proventi delle royalties. Ma la lacca Cheyenne non l’ha mai esaurita, e nemmeno l’eye liner. E hanno voglia di additarlo i ragazzi del supermercato mentre si trascina a fatica per gli scaffali come un Mac Beth preraffaellita zavorrato da un carrello della spesa con le ruote. Non è felice Cheyenne: forse è un po’ depresso, forse sta solo confondendo la noia con la depressione, come dice sua moglie; sicuramente sente un gran peso addosso, qualcosa di invisibile è certamente lì a foderargli le budella. Lo sa lui, e lo sa la moglie; e lo sa pure David Byrne, col quale sfoga trent’anni di “peterpanismo” irrisolto, una lunghissima gestazione gravida di un orribile nulla e funestata da lutti causati involontariamente. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto da tre decenni, lo fa tornare a New York, rivelandogli la profonda ossessione del genitore: vendicarsi di un vecchio nazista per un’umiliazione subita in un campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti: Michigan, New Mexico, Utah.

Il mondo pop – dark che Cheyenne continua a portare addosso è in estinzione, come la tribù di cui porta il nome e il suo aspetto desta curiosità e risa: un mentecatto, un pazzo uscito dal manicomio. Ma a differenza dei folli medievali lui non ha alcuna conoscenza superiore da rivendicare, nessuna lezione di saggezza da impartire; le uniche che ha diffuso sono servite solamente a mandare due ragazzi anzitempo sottoterra. La sua gita al paese dei balocchi non è mai terminata: il vagoncino della giostra si è fermato nel bel mezzo del percorso e lui si è limitato a scendere, illudendosi così di essere andato avanti. Ma il vagoncino è rimasto là, sotto forma di carrellino della spesa o di trolley da viaggio. Cheyenne capisce che è ora di rimetterlo sui binari. Ci riuscirà?

This must be the place è un film sul dovere di crescere e sui distacchi. Cheyenne è un cinquantenne rimasto fermo all’adolescenza che ha trovato nella moglie (anche) un feticcio materno e nella musica la strada più semplice per non dover affrontare il battesimo del fuoco dell’età adulta: abbastanza ricco da non dover cercare lavoro, abbastanza talentuoso per non dover sgomitare alla ricerca di un posto al sole, troppo radicato nell’adolescenza per potere a sua volta diventare padre e dunque privo della giusta chiave per comprendere il comportamento del suo. A permuta del proprio genitore, col quale non riesce a parlare in tempo, Cheyenne cerca David Byrne, amico musicista di vecchia data e adulto compiuto. Lui sa fare cose bellissime, dice Cheyenne, mostrandosi conscio della differenza con un cantante di canzonette lacrimevoli buone perché andavano di moda. Il Byrne di bianco vestito convince l’ex icona del dark finto esistenziale che è ora di crescere, di togliere il trucco e mostrarsi per ciò che veramente è. Per andare alla ricerca di sé stessi, del resto, non è necessario andare in India: lo Utah, un settantenne ebreo incazzato e un nazista ultra novantenne con famiglia sono più che sufficienti. Forse un giorno Cheyenne si risveglierà come Ebenezer Scrooge, fresco e pulito come un bambino, quello vero però, nato dalla pelle di un uomo che la vita l’ha attraversata fino in fondo. Il viaggio sarà lungo e questo Peter Pan gotico regalerà innumerevoli momenti di tenerezza e di candore a chi invece è cresciuto fin troppo. La vita, si sa, è ingiusta: a chi tanto e a chi niente.

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Il manifesto della nuova università.

Innanzitutto, l’università insegna un mestiere. Non solo impartisce un knowledge, ma soprattutto insegna un know how, non separando l’atto del conoscere dalla sua pratica attiva. Una conseguenza di ciò è che sia data immediatamente a qualsiasi laureato (in lettere, in giurisprudenza, eccetera) la licenza di esercitare con piena professionalità il proprio lavoro di professore o di avvocato, senza dover aspettare ulteriori anni di «pratica» in qualche Scuola di specializzazione, piuttosto che in qualche studio, prima di «imparare il mestiere». Nel campo dell’accademia, ne consegue per analogia che, con un diploma di dottorato si possa perciò accedere per davvero al «mestiere della cultura», senza dover aspettare un periodo più o meno lungo prima di poter insegnare e ricercare a tempo pieno. 

La ragione di una tale efficacia operativa e formativa risiede non solo nella valorizzazione massima del tempo e delle risorse nella fase del training (senza dover ricorrere a discutibili tagli su fondi e programmi), ma anche in una sapiente fusione del saputo con il posseduto (che, come detto, non rimandi a un generico e incognito «dopo» la pratica vera della professione intellettuale). Così, come per i piloti di aereo, la conoscenza teorica del velivolo si mescola progressivamente con la pratica di un numero determinato di ore di volo richiesto prima dell’emissione di una licenza per volare, allo stesso modo, prima di ricevere un titolo, per un intellettuale lo studio si assimila progressivamente alla pratica attiva dell’insegnamento, della ricerca e della scrittura critica. Il risultato di una tale impostazione dei programmi dottorali è subito evidente: se da una parte, infatti, l’esperienza di insegnamento sul campo garantisce allo studente un’occasione irripetibile di crescita e, all’università, una cospicua riduzione dei costi rispetto all’assunzione di lecturers specializzati (oltre che, non si dimentichi, studenti comunque più competitivi da proporre al mercato del lavoro), dall’altra parte la pratica della ricerca di gruppo nei corsi e il lavoro costante di scrittura garantiscono allo studente non solo la possibilità di creare un bagaglio di informazioni su molteplici argomenti per il futuro (piuttosto che sulla sola sua tesi dottorale), ma anche una consuetudine quotidiana nel reperimento delle informazioni e un’occasione inesauribile per pubblicare e farsi conoscere.

L’università è naturalmente in dialogo con il mercato e la società civile. Lungi perciò dall’idea di coltivare il sapere come un feudo autonomo e dal livellarlo dietro la falsa uguaglianza legale del «titolo di studio», l’università si inserisce nelle dinamiche socio-economiche del presente, gareggiando con il mercato, non certo con l’idea di mercificare il valore del sapere, ma piuttosto di renderlo parte attiva e influente nella vita civile

Ne consegue che il valore di una università non si misuri più dal numero degli iscritti o delle lauree rilasciate (con il prodotto di una sconfortante inflazione dei titoli stessi, oltre che di una tremenda stasi nel mercato del lavoro), bensì dalla capacità che ogni singola comunità intellettuale esprime di proporre risposte convincenti per il presente e soluzioni innovative per il futuro.

Disposte come sono in una classifica di rendimento, gli atenei per sopravvivere hanno dunque l’obbligo di migliorarsi continuamente intercettando, attraverso una capillare rete di scouting e marketing, non solo i professori migliori (attirandoli con migliori stipendi, migliori audiences e migliori risorse), o gli studenti migliori (con la promessa di crescita nella competizione con i migliori coetanei e nella familiarità con i migliori maestri), ma anche eventuali donatori/investitori tra gli ex alunni e benefattori privati e pubblici per l’estensione del proprio patrimonio librario e artistico. 

Un terzo aspetto che rende attraente l’università è paradossalmente la sua idea «medievale» del sapere: un sapere cioè che sia il più possibile unitario, condiviso, e verticale, in tensione verso una summa, o una sintesi, che  aiuti a leggere la realtà del presente, del passato e del futuro in funzione del benessere di tutta la società.

Il modello universitario non propone un sapere enciclopedico: finito, frammentato (nel dogma della incomunicabilità tra differenti discipline e nella separazione tra le sfere delle competenze), elitario e, in sostanza, conservatore dello status quo nel suo intrinseco istinto compilatorio. 

La conseguenza si traduce nel fatto che una ricerca originale non parte dal reperimento di un frammento ancora inesplorato nel catalogo delle opere e degli autori (strategia comune per evitare di imbattersi in qualcosa di cui inevitabilmente «è già stato scritto tutto» e per evitare di compromettere la carriera), ma da una rilettura del passato, della tra-dizione, che in qualche modo illumini meglio il presente o, meglio, lo «legga». 

Contrariamente a come la letteratura veniva spesso presentata, ora come un catalogo di dettagli (cosa che la rendeva mostruosamente noiosa ai ragazzi delle nostre scuole) ora, ancora peggio, come un dominio degli addetti ai lavori (gli unici a quanto pare in grado di poter esprimere un parere sensato su un testo) adesso il leggere (la letteratura come il cinema) è presentato come un modo privilegiato per «leggere» il presente e come una discussione aperta e continua sulla realtà. In tale vivace contesto interpretativo – non bisogna negarlo – è sicuramente più elevato il rischio di produrre errori o deviazioni sui testi letterari; ma, d’altra parte, tanto più ampi saranno l’orizzonte e la libertà della conversazione, tanto più alta sarà la possibilità di creare un retroterra florido per la nascita di nuovi capolavori critici, letterari o cinematografici, e con essi non solo di nuovo mercato dell’intrattenimento, ma anche e soprattutto di nuove «letture» della realtà volte all’autocoscienza di un’intera società. 

E così, in breve, mentre prima Dante veniva tagliato a pezzetti, adesso l’esule fiorentino diventa oggetto di interi corsi in moltissimi atenei (arrivando a influenzare successi come il film Seven o Il circolo Dante di Matthew Pearl).

L’università è tornata a essere una fucina di letture della realtà, ricettiva del presente e proiettata verso il futuro proprio perché radicata nella grande tradizione del passato, non più un museo archeologico di un passato a noi estraneo, una fabbrica di permessi per il lavoro o un immobile sistema di privilegi. 

Vi piacerebbe leggere queste parole sul sito di una qualsiasi università italiana, vero? Magari sulla pagina principale del Ministero dell’Istruzione; un manifesto epocale di rinnovamento universitario. E invece no. Il testo qui sopra è tratto – con modifiche molto libere per le quali chiedo scusa all’autore – da una lettera (1) di Luca Cottini, italiano e dottorando in letteratura italiana ad Harvard, che tratteggia con molta efficacia le abissali differenze tra Italia e U.S.A. riguardo al mondo universitario. Ci siete rimasti male? Consolatevi. Cinque minuti di illusione sono meglio di niente.

Dacci oggi il nostro sacro quotidiano

Per puro caso, giorni fa, entravo in possesso dello straordinario libro di uno storico di Cambridge ormai trapiantato in India. Nove storie ambientate nell’India di oggi, nove esperienze che Dalrymple ha raccolto dalla viva voce di chi le ha vissute, nove straordinarie esperienze che tutti dovrebbero leggere.

Prasannamati Mataji mangia una volta al giorno da un guscio spelato di cocco, cammina con una mascherina sulla bocca per non rischiare di inghiottire le minuscole creature che svolazzano e per lo stesso motivo filtra con un colino tutta l’acqua che beve. Si è fatta strappare i capelli alla radice Prasannamati, e quando nessuno le offre del cibo digiuna, fino a quando qualcuno le porterà un pugno di riso e ghi, entro le ore diurne s’intende, perché col buio è vietato mangiare: l’oscurità impedisce di vedere se nel cibo sia caduta qualche creatura vivente. Prasannamati è una monaca jainista, una delle religioni più antiche del mondo e più dure da seguire (1) ma nemmeno la sua fortissima devozione le impedirà di cercare la morte una volta perduta la migliore amica, compagna di monastero.

Hari Das sopravvive riciclandosi ora come guardia carceraria nelle prigioni più pericolose di Kannur ora scavando pozzi d’acqua per i ricchi brahmini della zona. Hari Das è un dalit, un intoccabile, e come tale viene trattato; ma per un periodo dell’anno Hari Das è anche un danzatore di theyyam (2), una danza rituale sacra durante la quale gli attori impersonano divinità maggiori e minori che finiscono per possedere i danzatori; in quel breve periodo gli indù di ogni casta corrono a baciargli i piedi e ad onorarlo.

Rani Bai è una devadasi, una danzatrice sacra, una vestale dedita a curare i templi degli dei. Questo almeno in teoria. In realtà oggi le devadasi sono più simili alle prostitute: appartenendo tutte ormai a famiglie poverissime e di casta inferiore, le ragazze, quasi sempre coattamente, hanno cominciato a offrire i loro servigi nel tempio, e poi nelle loro abitazioni, esponendosi a infezioni e malattie virali come l’AIDS, imperante in India e mascherando questo commercio di giovani e giovanissime come “dovere verso la divinità”. E il dovere verso la divinità è anche l’unico appiglio di Rani Bai e di altre ragazze per non impazzire completamente.

Mohan e Batasi sono una coppia completamente analfabeta; solo loro però riescono a recitare a memoria e senza errori l’intera Epopea di Pabuji, un lunghissimo poema indiano vecchio di seicento anni amato dalla gente di Pabusar. La coppia recita aiutandosi col phad, una sorta di arazzo da cantastorie nel quale dimora lo spirito di Pabuji; una sorta di tempio portatile utile anche negli esorcismi e nelle cure.  Mohan e Batasi danzano, suonano e recitano con una voce bellissima ma probabilmente la loro sarà anche l’ultima generazione depositaria di questo patrimonio.

Lal Peri è una monaca sufi nata in Bihar (India orientale) e cacciata per ben due volte dal suo paese: prima nel 1960 con la secessione del Pakistan dall’India e poi nel 1971 con la separazione del Bangladesh. Vive a Sehwan, nel Pakistan della regione del Sindh, e tocca con mano ogni giorno la cieca intransigenza dell’islam wahabita (3) e deobandi (4) che cerca di fare proseliti nella zona (finanziato generosamente dai Sauditi), alla quale ella e il suo maestro Sain Faqir oppongono la globalità e la tolleranza straordinaria del sufismo, tenacemente diffuso nel paese : “che differenza fa se chiami Allah con i suoi nomi indù, Bhagwan o Ishwar? Sono solo parole in lingue diverse. 

Tashi Passang  è un monaco tibetano che nel 1950, allo scoppio dell’invasione cinese, decide di restituire i voti per andare a difendere la propria terra. Sua madre era stata massacrata di botte dai maoisti e più di una volta Tashi ha rischiato di perdere per sempre la via del Buddha. Dopo avere scortato il Dalai Lama nella sua fuga, un brevissimo scontro a fuoco con l’esercito cinese è sufficiente a mostrare la sua inesperienza in campo bellico; assoldato e addestrato nei corpi speciali tibetani dall’India e dalla CIA americana, Tashi non andrà mai in Tibet a combattere per il suo paese – unico motivo per il quale aveva intrapreso quella via – ma in Bangladesh, al servizio delle esigenze dell’India e degli USA. Avvilito e tormentato da un odio verso i cinesi che non accennava a stemperarsi, si rifarà monaco. Una chiacchierata commovente con una donna cinese proprietaria di un ristorante spegnerà definitivamente quelle fiamme: anche i genitori di quella donna erano stati massacrati dai comunisti di Mao.

Srikanda Stpathy  non è solo un artigiano: è un creatore di idoli. La sua famiglia forgia statue di divinità indù da settecento anni e la cura e la ritualità con la quale egli e i suoi fratelli si dedicano a questo lavoro fa sì che abbiano commissioni prenotate almeno fino all’anno successivo. Perché? Perché gli acquirenti di Srikanda sanno che solo in questa maniera la divinità possederà efficacemente la statua e proteggerà la casa di chi l’ha acquistata; un tale privilegio non spetta a tutti gli artigiani. Avvocati, spazzini, medici, macellai, ingegneri, falegnami, tutti si rivolgono alla sua bottega. Il figlio di Srikanda studierà economia aziendale e ingegneria informatica e ha già progettato un sito di vendita on line delle statue; di imparare il mestiere del padre, però, non vuole saperne.

Manisha Ma Bhairavi vive in un crematorio di Tarapith, in Bengala, curando e bevendo dai teschi che le vengono portati. Si dice che la dea Tara, la più inquietante e violenta divinità indù, abiti qui e la protegga. Tarapith è l’ultima fortezza del tantrismo indù, la corrente più controversa e osteggiata per la preponderanza della dimensione sessuale, per la fisicità estrema e per la carica anarchica e libertaria che reca con sé. Un tantrismo lontano anni luce dalle deviazioni radical chic e dalla pubblicistica erotica e pecoreccia dell’Occidente. Qui nessuno è considerato strano e ogni uomo è accolto con le sue stranezze, visto nella sua vera natura, al di là degli strati di cera che molto spesso coprono il nostro volto.

Kanai a sei mesi ha contratto il vaiolo ed è diventato cieco. Da ragazzo è diventato un Baul, un menestrello itinerante che fuma ganja e racconta storie. I Baul ritengono che Dio non risieda né nelle statue, né nell’aldilà, né in Paradiso ma solo nel corpo degli uomini che cercano la verità; una visione religiosa che spesso sfocia quasi nell’ateismo, anche se in ciò i Baul non rappresentano nulla di nuovo, esistendo forme di scetticismo religioso indù da parecchi secoli prima. I Baul  non tormentano l’uditorio con sermoni e prediche ma lo consolano con poesie e canzoni sull’amore e la ricerca della felicità. Assieme a Kanai c’è Debdas, coetaneo Baul cacciato di casa perché amico di musulmani e vagabondi. Debdas è il migliore amico di Kanai e lo guida tenendolo per mano; Kanai a sua volta si prende cura dell’impetuoso e istintivo amico; insieme passano la vita suonando per le strade e le piazze e la cosa “ci rende così felici che dimentichiamo cosa sia la tristezza” .

Nove Vite, nove esistenze quotidiane con le quali William Dalrymple  apre il sipario su un mondo per noi lontanissimo, dove la dimensione del sacro, nella sua accezione più ampia, convive serenamente con quella del quotidiano, lontana dai religiosismi vuoti e rituali che affliggono l’Occidente. Un mondo dove spesso la ritualità rappresenta forme di compensazione sociale, o di risoluzione di nevrosi, in alternativa alla psicanalisi, di per sé inefficace surrogato di cura. Un mondo certamente contraddittorio, dove qualcuno può diventare direttore commerciale della Kelvinator, con tanto di MBA, per poi decidere di mollare tutto e farsi sannyasi ma anche dove il rigido sistema castale può condannare qualcuno a non poterlo diventare mai solo perché nato nella casta sbagliata. Una lezione in ogni caso per un Occidente sempre più chiuso in una religiosità vuota e strumentale: se nelle statue di Srikanda Stpathy dimorano gli dei, dalle nostre se ne sono andati parecchi secoli fa. 
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Vocabolario essenziale andaluso.

A come Ajo Blanco. Versione agliosa e bianca del gazpacho nazionale. Occhio a dove lo prendete perché potreste passare dalla zuppa più delicata della vostra vita al più vomitevole piastriccio diarroico.

A come Alhambra. Entrare all’Alhambra sotto i 42 gradi agostani è un’impresa per gente di cotenna robusta. Immensa, devastante, sconvolgente, è obbligatorio prenotare la visita almeno due settimane prima perché non è concesso entrare a più di un tot giornaliero di persone nei delicatissimi palazzi nazaridi. Tutta questa cura e attenzione stride come una unghiata sul vetro se si pensa che questa enorme medina berbera traboccante di fiori e fontane per secoli è stata rifugio e abitazione per centinaia di poveri  che potevano liberamente stabilircisi.

A come Andalusia. Dalle nevi della Sierra Morena alle pianure infuocate della costa l’Andalusia è una terra fatta di violenti accostamenti, dove le città reggono incrollabili sotto un sole che scioglie la pelle mentre tutt’intorno regna un nulla di terra battuta e sparuti cespugli.

B come Bar Alfalfa. A Siviglia. Vecchia bodega gestita da un team di ragazzi che sembrano usciti da un manifesto del partito anarchico spagnolo dove per colazione servono le migliori tostadas della città e dove, per fortuna, non c’è ombra di turisti.

B come Berberi. L’impronta della conquista musulmana regna in tutta l’Andalusia. Negli stupendi patii, nel colore delle pietre, negli edifici, nella cucina, nel modo di fare. Lasciatevi conquistare anche voi.

C come Chiromanti. Trabocca di chiromanti tutta l’Andalusia. Vi avvicinano soprattutto nei pressi delle cattedrali e delle grandi piazze cercando di regalarti ramoscelli di rosmarino o di altre piante aromatiche, poi ti afferrano la mano per leggertela e infine ti chiedono anche 20 euro, a mano naturalmente.

C come Cordova. Piccola, stretta, contorta in uno scoppio artificiale di vie e viuzze venate di bianco e sassi fluviali, martoriata ferocemente dal caldo, Cordova è certamente la città più melanconica e selvaggia del trio delle grandi mete andaluse. Abbracciate con lo sguardo l’intreccio di archi e colonne della grande moschea e provate a farvi mistici per qualche secondo; provateci dico, anche se la cosa vi verrebbe senza dubbio più facile senza le orde di turisti che la popolano vociando come ossessi.

C come Corrida. Hemingway, che tanto ha contribuito a diffondere il mito della corrida fuori dalla Spagna, in realtà era un pivellino. Cosa ci sia di divertente ed emozionante in questo massacro legalizzato? Nulla. Per me. La cosa più deplorevole e vomitevole di questo delirio delinquenziale è la pretesa di attribuire al toro sentimenti e desideri umani, come se il toro fosse felice di farsi anabolizzare prima nelle ganaderias e poi ansioso di sfidare il torero per mostrare le sue qualità di combattente. Due sale operatorie iper attrezzate nell’arena, per il torero naturalmente.

C come Crisi. Decine di Se Alquila attaccati a palazzi fatiscenti, con le porte sfondate o le finestre rotte e centinaia di Se vende a tappezzare botteghe dove prima campeggiavano rombanti insegne di negozi d’abbigliamento, di alimentari e di elettrodomestici. L’Andalusia ha pagato più di altre comunità, scontando la perifericità, la mancanza di un forte settore secondario e un terziario ipertrofico.

D come Dieta andalusa. Gli spagnoli mangiano di merda, è innegabile, e spesso mi chiedo come possano oltrepassare interi i cinquant’anni d’età con una cucina del genere: salumi, fritture, insaccati, carne e dolci regnano; a difesa della dieta mediterranea rimangono solo le zuppe e qualche scornato piatto di insalata. Tuttavia, non state giocando in casa, perciò non fate gli stronzi e mangiate spagnolo, possibilmente con una buona guida gastronomica tra le mani, perché a farsi sfondare lo stomaco non ci vuole niente.

F come Flamenco. Quando si pensa al flamenco di solito si pensa alle procaci ballerine fasciate negli scialli neri mentre ruotano le mani in aria ondulando come piccoli gorghi. In realtà il flamenco è anzitutto canto e musica, e solo dopo ballo. Trovarsi intorno ad un tablao di flamenco nel patio di un vecchio cortile andaluso è come sentirsi a casa propria, con la mamma che intona racconti sulla famiglia e il fratello maggiore che accompagna le storie pizzicando la chitarra. Del resto il flamenco era nato tra i gitani per questo, per tramandarsi storie…

G come Giralda. Saliteci naturalmente. Fatevi le trentasette rampe di scale (una cazzata per chi è stato su una delle torri della Sagrada Famiglia) e scoprirete come ci si sente in un allevamento intensivo di pollame: seicento persone sudate e vocianti in dieci metri quadrati. I più fortunati hanno il privilegio di arrampicarsi per qualche secondo ai finestroni: osservare questi soggetti artigliati alle sbarre mentre contemplano stupiti il panorama con la bocca a forma di imbuto non dovrebbe lasciare più dubbi sulla diretta discendenza delle scimmie dall’uomo (e non viceversa come ci si ostina a dire).

G come Granada. Austera, borghese e forse una punta snob, Granada risente fortemente della vicinanza alla Sierra Nevada, così il clima dei suoi abitanti è meno caloroso di quello degli altri andalusi; eppure anche questa città tutta d’un pezzo finisce per ammorbidirsi; basta allontanarsi dal centro e dirigersi dietro le quinte dell’Albaicìn e del Sacromonte per ritrovarne tutto il sapore.

H come Haagen Dazs. 6,80 euro per tre palline di gelato?! Ma puoi andartene a fanculo con le scarpe da ginnastica addosso!

I come Inglese. Lasciatelo perdere, tanto nessuno vi cagherà. Dai tempi della sconfitta dell’Invincibile Armata gli spagnoli sono ancora parecchio incazzati. Imparate qualcosina di spagnolo, è meglio, molto meglio.

M come Mangiare con le mani. In Spagna, non è una novità, regnano le tapas, oltre ai salumi. Non azzardatevi a tagliarli con coltello e forchetta, nemmeno per dividerne una parte con gli amici, o rischierete di farvi additare dall’oste come ominicchi senza spina dorsale.

O come Ovejas Negras. Sul carrer intitolato a Hernando Colòn, secondogenito illegittimo del Colombo nazionale, c’è un piccolo bar da tapas dall’arredamento molto minimal con una cucina tanto piccola quanto buona. Luogo preferito di ristoro dello scrivente, turista gastronomico ancora prima che culturale, lo addita prepotentemente per chiunque si troverà prossimamente a Siviglia.

R come Ryanair. Dite quello che volete: per me è stata la prima e l’ultima volta.

S come Siviglia. Grande e confusa. Siviglia è una città in cerca di identità, pezzata com’è tra piccoli quartierini caratteristici come Santa Cruz e Triana e grandi viali che fanno da binari a palazzoni anni settanta.

S come Sole. Il sole in Andalusia non è una romantica stella giallognola venata di rosso melograno, ma un fottuto killer, spietato e senza rimorsi, che non vi molla fino alle dieci di sera. Gli andalusi lo sanno bene e hanno tappezzato le vie di enormi tendoni a tutela delle teste loro e altrui; le temperature in agosto oltrepassano i 40 come niente e a fare la fine di Giordano Bruno e Giovanna D’Arco non ci vuole niente. Compratevi un bel panama bianco da piantarvi sulla testa a costo di sembrare dei mentecatti.

T come Trasporti. Scordatevi i 90 minuti. Se scendi da un bus e sali su un altro devi pagare nuovamente. Occhio!

V come Vino all’arancia. Siete alcolisti e vi trovate a Siviglia? Dirigetevi a Santa Cruz e cercate la più lurida e scalcinata putia della zona. Probabilmente è lì che gusterete il migliore.

Z come Zurbaràn. L’Andalusia trabocca dei suoi quadri ma a me non piace. Sarà che il barocco m’è sempre stato sulle balle.

L’ultimo triangolo rosa

Mi hanno portato in uno stanzone enorme; c’era una piscina lì. Ci hanno fatto spogliare in quella piscina, e ci hanno fatto rimanere nudi, lì dentro. La chiamavano “disinfestazione”. Ad un certo punto una S.S. ha spinto la mia testa con forza dentro quel liquido disinfettante; mi veniva da vomitare. Avevo ancora addosso la catenina col crocifisso che mi aveva regalato il mio fidanzato; me la strapparono con forza di dosso e mi chiesero se ero osservante; naturalmente non gli dissi nulla. 

Lasciammo la stanza della disinfestazione e ci fecero rivestire; non erano però i nostri vestiti, erano quelli a bande dei prigionieri. Ci diedero pure il nostro simbolo di riconoscimento: un triangolo rosa, il simbolo degli omosessuali. Era una cosa così ridicola! Rosa! I criminali comuni avevano il verde, gli asociali il nero, i Testimoni di Geova il viola; noi avevamo il rosa. Naturalmente iniziamo a riderci sopra! “Il rosa, ovviamente!”

Nel complesso gli altri prigionieri sembravano sconvolti da questa cosa e ben presto ci lasciarono da soli; solo le S.S. però si mostrarono violente nei nostri confronti. In fondo ero sollevato da questa cosa: S.S. a parte gli altri prigionieri si sarebbero limitati ad apostrofarci con un “oh, questo è un frocio!” ma la cosa non mi importava tanto. 

Alcuni erano più giovani, altri più grandi. Ricordo un panettiere che avevo già conosciuto quando vivevo nei Sudeti; pare avesse fatto delle avance al garzone e che quello l’aveva denunciato, facendolo spedire ai campi di concentramento. Nessuno ha più saputo che fine avesse fatto; dissero che un’iniezione l’aveva tolto di mezzo.

Io sono stato più fortunato; di essere uscito da lì, di essere sopravvissuto. Non è stato facile. Quando ho sentito che gli americani stavano arrivando, con l’aiuto di un kapo che avevo conosciuto ho potuto nascondermi coi maiali in un capanno; il kapo riuscì a organizzare una specie di letto e lì sono rimasto per quattordici giorni, fin quando non arrivarono gli americani. Ero libero, finalmente libero!

Pensavo: “stai cominciando una nuova vita! Meglio che ti organizzi!” Onestamente però ero felice, avrei potuto organizzare la mia vita come desideravo e nessuno avrebbe potuto dirmi cosa fare e non fare.

Avevo ritrovato la libertà, una nuova vita. Ero un omosessuale e naturalmente volevo trovare un nuovo compagno. Così ho conosciuto Edward: era stato espulso dalla Yugoslavia perché i suoi genitori erano tedeschi e non aveva un posto dove andare. Così siamo rimasti assieme. Era così giovane: poteva avere 18 o 19 anni mentre io ne avevo qualcuno in più, ma insieme siamo stati di aiuto l’uno all’altro e abbiamo cominciato assieme una nuova vita. Andava tutto bene, avevano ciascuno un lavoro e abbiamo potuto vivere come qualsiasi altra coppia. 

Rudolf Brazda, matricola 7952, omosessuale, deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, è morto ieri all’età di 98 anni. Cavaliere della legion d’onore, è probabilmente l’ultimo omosessuale sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Sembra un po’ assente Rudolf, forse legge un testo, forse semplicemente china la testa per afferrare meglio i pensieri. Ci rideva sù Rudolf su quel triangolo appositamente rosa, crudele sfottò da merlo maschio a chi non può essere considerato custode delle virtù della virilità maschile. Parla della sua omosessualità a ruota libera, Rudolf, senza evidenziare alcun proposito di normalità, che sarebbe già una involontaria gerarchizzazione, ma con la medesima ovvietà di chi indica con l’azzurro il colore del cielo, il cielo che non ha visto per tre anni. Rudolf, che si apre in un sorriso imbarazzato ai ringraziamenti dei giornalisti per il tempo che ha loro dedicato, un tempo che non vorremo andasse sprecato, soprattutto adesso che anche l’ultimo dei salvati dal triangolo rosa è andato via per sempre.

In Italia, ricorda Tahar Lamri, nessuno parla né tantomeno ricorda delle deportazioni fasciste degli omosessuali italiani sulle isole di San Nicola e San Domino (Tremiti); ancora oggi quegli episodi non sono considerati reati.

L’intervista a Brazda è liberamente tradotta dal sottoscritto dal documentario di Yagg.com, sito GLBT francese ed è disponibile qui

Il club del 27

Prima toccò a Robert Johnson, inarrivabile genio del delta blues a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, stritolato dagli spasimi della stricnina; poi venne Alan Wilson, il blind owl dei Canned Heat, che cieco com’era forse non aveva letto bene l’etichetta coi dosaggi dei barbiturici. Dave Alexander aveva deciso di chiudere con gli Stooges, strafatti fino alla pelle, ma una polmonite decise di portarselo via comunque, presunzione di morte diremmo; e presunta è la morte di Richey Edwards, chitarrista dei Manic Street Preachers, scomparso da quasi vent’anni.

Un sacrificio più grande era però necessario perché il club del 27 diventasse marchio inciso nell’arenaria dello show business: quello di Brian Jones, ragazzino dalla faccia pulita, polistruentista e co – fondatore dei Rolling Stones, annegato nel 1969  nella propria piscina, zavorrato da un cuore e un fegato gonfi di alcool. Se è vero quello che diceva Menandro, nemmeno il primato di giovane più caro agli dei Jones potrà però godersi, spazzato via dall’inno americano che un giovane nero di Seattle intonerà a Woodstock straziando fino allo spasimo le corde della chitarra; il vomito che strozzerà Hendrix non soffocherà mai la sua fama, disperata come la voce di Janis Joplin, che nemmeno un mese dopo entrerà a far parte del disgraziato club, in una frana di morte che investirà nove mesi dopo Jim Morrison, santificato Lucifero dal volto da bambino. Nel 1994 tocca a Kurt Cobain, il teen spirit di Aberdeen dalla voce granulosa e raschiata, che in un moto di scarsa originalità porrà fine alle proprie sofferenze come già aveva fatto Hemingway nel 1961. Oggi tocca a Amy Winehouse, che con la più classica scarica di droga conquista la tessera per l’esclusivo club degli Achille moderni.

Mancanza di rispetto? Ironia fuori luogo? Nessuna manifestazione di tatto? Melodramma patetico e strumentale? Certamente. Ma del resto questo breve ammasso di sghignazzi a mezza bocca cos’è in confronto alle tonnellate di occhieggianti e morbose idiozie che da cinquant’anni rimpolpano ad ogni croce il mito del club del ’27 ? Dietro le santificazioni e le romanticherie dei maledetti ci sono corpi franti e freddi, ambulanze che suonano, grida, pianti e lacrime; storie di dolore e di solitudine, angosce e fantasmi, vite irrimediabilmente concluse che meriterebbero un composto silenzio, un ricordo onesto e rispettoso ché anche se chi muore giovane è caro agli Dei probabilmente avrebbe desiderato essergli un tantino più antipatico.

Cose che mi mancano…

Mi mancano i posti non numerati al cinema, ché ti sedevi dove cazzo ti pareva.

Mi mancano i Ghostbusters, Gozer il gozeriano, Vigo il carpatico e i fiumi di super melma psicomagneterica al sapore di Big Babol.

Mi mancano Bud Spencer e Terence Hill a cena, davanti ad un piatto di pesche.

Mi mancano i gettoni del telefono che ti venivano in soccorso quando non ti trovavi in tasca 200 lire per comprarti le gomme.

Mi manca l’arcana drogheria sotto casa dove non dovevi malmenarti il cervello davanti a duecento marche diverse di pasta ma una caramella la scroccavi sempre.

Mi manca il pezzo di cartone infilato tra il telaio e la ruota della bici per fargli fare il rombo del motore.

Mi mancano i filmoni con Sylvester Stallone che alla fine vinceva sempre e in fondo per un’ora e mezza ti convincevi che i buoni alla fine sono più fichi dei cattivi.

Mi mancano i pezzi del Lego da rovesciare sul tappeto della camera da pranzo per costruire improbabili navi aerospaziali; gli inutili Playmobil, irrimediabilmente affetti da artrosi cronica agli arti inferiori e  le costruzioni di plastica da mordicchiare.

Mi manca il cazzo di telefono fisso e il citofono, ché ormai basta uno squillo al “cell”. E mi manca la cabina telefonica, dove potevo parlare senza che nessuno dovesse ascoltare i fattacci miei.

Mi manca l’osceno gelato alla zuppa inglese,  fortunato prodotto di scarto della guerra chimica degli anni ’80.

Mi mancano le feste delle medie, dove non conoscere a memoria almeno una decina di canzoni degli Articolo 31 significava il bando a vita.

Mi manca il rock targato ’80, tra glitter, vestiti di pelle e rossetti; quello ironico e spaccone dei Twisted Sisters, dei Motley Crue, dei Silent Rage, dei Kiss, dei Cinderella e di tanti altri, ultima roccaforte del disimpegno destinata a crollare di lì a poco sotto i colpi del lamento esistenziale del Seattle sound.

Mi manca l’irresponsabilità salutare dei genitori della mia generazione, quando si poteva tornare a casa intortati di fango e terra senza igienismi isterici che tanto con una bella doccia passava tutto.

Mi manca il Super Nintendo, perché alla prima citofonata alle 4 del pomeriggio la si poteva mollare immediatamente per scendere a giocare a pallone e mi manca lo Street Fighter II della sala giochi che non riuscivo mai a completare.

Mi manca l’oscena tuta blu a righe bianche, irrimediabilmente maleodorante anche dopo dieci lavaggi e capace di fare venire la dermatite anche a quelli con la pelle del coccodrillo.

Mi manca Faletti, vigilantes con la panza al Drive In.

Mi manca quel maledetto Crystal Ball che non riuscivo mai a gonfiare e che mi puzzava di miscela.

Mi manca la madonna benedetta dell’incoroneta di Banfi, la libidine di Calà, il come è umano lei! di Villaggio e l’anima de li mortacci tua di Mario Brega.

Mi mancano i rami d’albero a mo’ di spada e il nastro magnetico della cassette audio come rampini multiuso.

Mi mancano le mattinate con la febbre davanti a Hazzard, CHiP’s, Twin Peaks, Magnum PI, i primi pomeriggi davanti a Holly e Benji, Conte Dacula e Alfred il papero, i tardi pomeriggi davanti a Sampei, Ranma 1/2, Teppei e City Hunter.

Mi manca la pubblicità per la prevenzione sull’AIDS, quella con le figure circondate da un alone rosa e quella coi fumetti che invitavano ad acquistare le siringhe “autobloccanti”, quelle che perdevano l’ago dopo il primo uso. Mi manca l’ossessione per i prati pieni zeppi di siringhe e fialette, perché oggi di droga non se ne parla proprio.

Mi mancano le ore di viaggio sulla Opel Ascona, senza booking.com e senza biglietterie on line, solo un enorme librone con tutti gli alberghi d’Italia riassunti in due righe tramite arcani simboli con tutti i rischi del caso ma con il brivido dell’imprevisto.

Mi manca la mia infanzia ma mi consolo pensando che il cervello è sempre lo stesso…

Summertime for who?

Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.

Che il povero Gramsci avesse ragione è fuor di dubbio: mal di schiena quasi perenne (alla faccia della sedia ergonomica che pure uso…), miopia, colite, gastrite, emicrania, insonnia, ipertensione, scatti di follia omicida. Come vedete personalmente non mi faccio mancare nulla!

Ma quante soddisfazioni! dirà il cerchiobottista di turno e in fondo ha ragione. Eppure, due annualità di latino col caldo feroce di luglio non sono esattamente gli abiti adatti da indossare: avrei preferito di gran lunga un costume da bagno e mi sa che pure Gramsci m’avrebbe dato ragione…

Prostituzione urbana

Fare da guida nella meravigliosa metropoli di Catania – capitale del Mediterraneo, come recitava un diarroico slogan di qualche anno fa – a chi non conosce le gioie e i tesori di questa perla nera (anche troppo) può dare un’altra raffica di ragioni alla suddetto cicerone improvvisato del perché costui non vede l’ora di andarsene.

Da guida ho deciso di immedesimarmi nel beneficiario di codesta visita: un professore ottantenne che non può macinare a piedi centinaia e centinaia di metri, ma che per fortuna è dotato di grande senso dell’umorismo.

Se non rischierà di essere falciato da automobilisti che se ne fottono altamente del rosso dei semafori pedonali, figurarsi delle strisce, potrà sempre insistere nel suo desiderio inappagato di perdere un arto scendendo dal marciapiede, occupato dalle auto che vi hanno parcheggiato.

Proverà a prendere un autobus, senza però avere la minima idea dei percorsi e degli orari, a concreta testimonianza della validità del principio di indeterminazione di Heisenberg. Chiederà magari della metropolitana, il che equivarrà a chiedere dello yeti in Himalaya: tutti dicono che esiste ma nessuno l’ha visto.

Chiederà così aiuto alla giovane guida, che lo accompagnerà in giro con un automobile, unico mezzo ufficialmente riconosciuto all’interno del territorio. Trascorrerà così una quarantina di minuti nel mezzo di una coda infinita di gentaglia bestemmiante – giovane guida inclusa – e un’altra quarantina in attesa che si renda libero un posto dove parcheggiare che sia stato graziato dalla presenza di parcheggiatori estortori.

Una volta sceso dal mezzo, facendo attenzione a non essere decapitato dallo specchietto di un auto, si aggirerà per il centro storico, dove troverà almeno nove chiese su dieci sbarrate e chiuse, assieme ad un anfiteatro romano corroso dallo smog – e probabilmente chiuso – un teatro greco usato in parte per costruire appartamenti privati – chiuso, of course – e un’altra decina di monumenti indifferentemente chiusi, danneggiati, anneriti dall’aria o sbarrati. Così, lungo l’infinito inventario dell’incuria del bene pubblico, deluso, si siederà in cerca di riposo ma resosi conto della scarsa disponibilità di panchine e aree pedonali graziate dalla furia automobilistica, per distrarsi girerà ben quattro edicole chiedendo disperatamente di un quotidiano che non sia La Sicilia, quotidiano poco utile – al di là di ben altre considerazioni – per un emiliano in cerca di notizie meno municipali. In ciascuna di esse troverà – forse – l’unica copia esistente di uno solo di questi titoli: L’Unità, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e Il Manifesto, pericolosi giornali di pericoloso orientamento politico rispetto ad una regione secolarmente bacino elettorale di democristiani, monarchici, missini e, più recentemente, di autonomisti, forzitalioti, pidiellini, futuristi.

Il poveretto si farà riaccompagnare in albergo, parlerà di quanto sia buona la cucina della città per poi dirigersi verso l’aeroporto, inconscio – per fortuna – di avere assaporato l’infame zuppa del calderone infernale solo con la punta del cucchiaino.

Trent’anni fa Giuseppe Fava diceva di Catania

Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.

Una cinquina di righe da quel momento più inflazionate della rima tra cuore e amore; una manna verbale per decine di farisei. Un sostantivo, puttana, che emenda automaticamente da qualsiasi imperativo morale nei suoi confronti, che muove, al massimo, a condizionali di eventualità: i vari dovremmo, potremmo, sarebbe giusto che… con cui ingrassa da decenni politica e cittadinanza, ché tanto se una è puttana tanto vale non farsi troppi scrupoli.

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