L’ultimo triangolo rosa

Mi hanno portato in uno stanzone enorme; c’era una piscina lì. Ci hanno fatto spogliare in quella piscina, e ci hanno fatto rimanere nudi, lì dentro. La chiamavano “disinfestazione”. Ad un certo punto una S.S. ha spinto la mia testa con forza dentro quel liquido disinfettante; mi veniva da vomitare. Avevo ancora addosso la catenina col crocifisso che mi aveva regalato il mio fidanzato; me la strapparono con forza di dosso e mi chiesero se ero osservante; naturalmente non gli dissi nulla. 

Lasciammo la stanza della disinfestazione e ci fecero rivestire; non erano però i nostri vestiti, erano quelli a bande dei prigionieri. Ci diedero pure il nostro simbolo di riconoscimento: un triangolo rosa, il simbolo degli omosessuali. Era una cosa così ridicola! Rosa! I criminali comuni avevano il verde, gli asociali il nero, i Testimoni di Geova il viola; noi avevamo il rosa. Naturalmente iniziamo a riderci sopra! “Il rosa, ovviamente!”

Nel complesso gli altri prigionieri sembravano sconvolti da questa cosa e ben presto ci lasciarono da soli; solo le S.S. però si mostrarono violente nei nostri confronti. In fondo ero sollevato da questa cosa: S.S. a parte gli altri prigionieri si sarebbero limitati ad apostrofarci con un “oh, questo è un frocio!” ma la cosa non mi importava tanto. 

Alcuni erano più giovani, altri più grandi. Ricordo un panettiere che avevo già conosciuto quando vivevo nei Sudeti; pare avesse fatto delle avance al garzone e che quello l’aveva denunciato, facendolo spedire ai campi di concentramento. Nessuno ha più saputo che fine avesse fatto; dissero che un’iniezione l’aveva tolto di mezzo.

Io sono stato più fortunato; di essere uscito da lì, di essere sopravvissuto. Non è stato facile. Quando ho sentito che gli americani stavano arrivando, con l’aiuto di un kapo che avevo conosciuto ho potuto nascondermi coi maiali in un capanno; il kapo riuscì a organizzare una specie di letto e lì sono rimasto per quattordici giorni, fin quando non arrivarono gli americani. Ero libero, finalmente libero!

Pensavo: “stai cominciando una nuova vita! Meglio che ti organizzi!” Onestamente però ero felice, avrei potuto organizzare la mia vita come desideravo e nessuno avrebbe potuto dirmi cosa fare e non fare.

Avevo ritrovato la libertà, una nuova vita. Ero un omosessuale e naturalmente volevo trovare un nuovo compagno. Così ho conosciuto Edward: era stato espulso dalla Yugoslavia perché i suoi genitori erano tedeschi e non aveva un posto dove andare. Così siamo rimasti assieme. Era così giovane: poteva avere 18 o 19 anni mentre io ne avevo qualcuno in più, ma insieme siamo stati di aiuto l’uno all’altro e abbiamo cominciato assieme una nuova vita. Andava tutto bene, avevano ciascuno un lavoro e abbiamo potuto vivere come qualsiasi altra coppia. 

Rudolf Brazda, matricola 7952, omosessuale, deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, è morto ieri all’età di 98 anni. Cavaliere della legion d’onore, è probabilmente l’ultimo omosessuale sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti. Sembra un po’ assente Rudolf, forse legge un testo, forse semplicemente china la testa per afferrare meglio i pensieri. Ci rideva sù Rudolf su quel triangolo appositamente rosa, crudele sfottò da merlo maschio a chi non può essere considerato custode delle virtù della virilità maschile. Parla della sua omosessualità a ruota libera, Rudolf, senza evidenziare alcun proposito di normalità, che sarebbe già una involontaria gerarchizzazione, ma con la medesima ovvietà di chi indica con l’azzurro il colore del cielo, il cielo che non ha visto per tre anni. Rudolf, che si apre in un sorriso imbarazzato ai ringraziamenti dei giornalisti per il tempo che ha loro dedicato, un tempo che non vorremo andasse sprecato, soprattutto adesso che anche l’ultimo dei salvati dal triangolo rosa è andato via per sempre.

In Italia, ricorda Tahar Lamri, nessuno parla né tantomeno ricorda delle deportazioni fasciste degli omosessuali italiani sulle isole di San Nicola e San Domino (Tremiti); ancora oggi quegli episodi non sono considerati reati.

L’intervista a Brazda è liberamente tradotta dal sottoscritto dal documentario di Yagg.com, sito GLBT francese ed è disponibile qui

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