
A come Ajo Blanco. Versione agliosa e bianca del gazpacho nazionale. Occhio a dove lo prendete perché potreste passare dalla zuppa più delicata della vostra vita al più vomitevole piastriccio diarroico.
A come Alhambra. Entrare all’Alhambra sotto i 42 gradi agostani è un’impresa per gente di cotenna robusta. Immensa, devastante, sconvolgente, è obbligatorio prenotare la visita almeno due settimane prima perché non è concesso entrare a più di un tot giornaliero di persone nei delicatissimi palazzi nazaridi. Tutta questa cura e attenzione stride come una unghiata sul vetro se si pensa che questa enorme medina berbera traboccante di fiori e fontane per secoli è stata rifugio e abitazione per centinaia di poveri che potevano liberamente stabilircisi.
A come Andalusia. Dalle nevi della Sierra Morena alle pianure infuocate della costa l’Andalusia è una terra fatta di violenti accostamenti, dove le città reggono incrollabili sotto un sole che scioglie la pelle mentre tutt’intorno regna un nulla di terra battuta e sparuti cespugli.
B come Bar Alfalfa. A Siviglia. Vecchia bodega gestita da un team di ragazzi che sembrano usciti da un manifesto del partito anarchico spagnolo dove per colazione servono le migliori tostadas della città e dove, per fortuna, non c’è ombra di turisti.
B come Berberi. L’impronta della conquista musulmana regna in tutta l’Andalusia. Negli stupendi patii, nel colore delle pietre, negli edifici, nella cucina, nel modo di fare. Lasciatevi conquistare anche voi.
C come Chiromanti. Trabocca di chiromanti tutta l’Andalusia. Vi avvicinano soprattutto nei pressi delle cattedrali e delle grandi piazze cercando di regalarti ramoscelli di rosmarino o di altre piante aromatiche, poi ti afferrano la mano per leggertela e infine ti chiedono anche 20 euro, a mano naturalmente.
C come Cordova. Piccola, stretta, contorta in uno scoppio artificiale di vie e viuzze venate di bianco e sassi fluviali, martoriata ferocemente dal caldo, Cordova è certamente la città più melanconica e selvaggia del trio delle grandi mete andaluse. Abbracciate con lo sguardo l’intreccio di archi e colonne della grande moschea e provate a farvi mistici per qualche secondo; provateci dico, anche se la cosa vi verrebbe senza dubbio più facile senza le orde di turisti che la popolano vociando come ossessi.
C come Corrida. Hemingway, che tanto ha contribuito a diffondere il mito della corrida fuori dalla Spagna, in realtà era un pivellino. Cosa ci sia di divertente ed emozionante in questo massacro legalizzato? Nulla. Per me. La cosa più deplorevole e vomitevole di questo delirio delinquenziale è la pretesa di attribuire al toro sentimenti e desideri umani, come se il toro fosse felice di farsi anabolizzare prima nelle ganaderias e poi ansioso di sfidare il torero per mostrare le sue qualità di combattente. Due sale operatorie iper attrezzate nell’arena, per il torero naturalmente.
C come Crisi. Decine di Se Alquila attaccati a palazzi fatiscenti, con le porte sfondate o le finestre rotte e centinaia di Se vende a tappezzare botteghe dove prima campeggiavano rombanti insegne di negozi d’abbigliamento, di alimentari e di elettrodomestici. L’Andalusia ha pagato più di altre comunità, scontando la perifericità, la mancanza di un forte settore secondario e un terziario ipertrofico.
D come Dieta andalusa. Gli spagnoli mangiano di merda, è innegabile, e spesso mi chiedo come possano oltrepassare interi i cinquant’anni d’età con una cucina del genere: salumi, fritture, insaccati, carne e dolci regnano; a difesa della dieta mediterranea rimangono solo le zuppe e qualche scornato piatto di insalata. Tuttavia, non state giocando in casa, perciò non fate gli stronzi e mangiate spagnolo, possibilmente con una buona guida gastronomica tra le mani, perché a farsi sfondare lo stomaco non ci vuole niente.
F come Flamenco. Quando si pensa al flamenco di solito si pensa alle procaci ballerine fasciate negli scialli neri mentre ruotano le mani in aria ondulando come piccoli gorghi. In realtà il flamenco è anzitutto canto e musica, e solo dopo ballo. Trovarsi intorno ad un tablao di flamenco nel patio di un vecchio cortile andaluso è come sentirsi a casa propria, con la mamma che intona racconti sulla famiglia e il fratello maggiore che accompagna le storie pizzicando la chitarra. Del resto il flamenco era nato tra i gitani per questo, per tramandarsi storie…
G come Giralda. Saliteci naturalmente. Fatevi le trentasette rampe di scale (una cazzata per chi è stato su una delle torri della Sagrada Famiglia) e scoprirete come ci si sente in un allevamento intensivo di pollame: seicento persone sudate e vocianti in dieci metri quadrati. I più fortunati hanno il privilegio di arrampicarsi per qualche secondo ai finestroni: osservare questi soggetti artigliati alle sbarre mentre contemplano stupiti il panorama con la bocca a forma di imbuto non dovrebbe lasciare più dubbi sulla diretta discendenza delle scimmie dall’uomo (e non viceversa come ci si ostina a dire).
G come Granada. Austera, borghese e forse una punta snob, Granada risente fortemente della vicinanza alla Sierra Nevada, così il clima dei suoi abitanti è meno caloroso di quello degli altri andalusi; eppure anche questa città tutta d’un pezzo finisce per ammorbidirsi; basta allontanarsi dal centro e dirigersi dietro le quinte dell’Albaicìn e del Sacromonte per ritrovarne tutto il sapore.
H come Haagen Dazs. 6,80 euro per tre palline di gelato?! Ma puoi andartene a fanculo con le scarpe da ginnastica addosso!
I come Inglese. Lasciatelo perdere, tanto nessuno vi cagherà. Dai tempi della sconfitta dell’Invincibile Armata gli spagnoli sono ancora parecchio incazzati. Imparate qualcosina di spagnolo, è meglio, molto meglio.
M come Mangiare con le mani. In Spagna, non è una novità, regnano le tapas, oltre ai salumi. Non azzardatevi a tagliarli con coltello e forchetta, nemmeno per dividerne una parte con gli amici, o rischierete di farvi additare dall’oste come ominicchi senza spina dorsale.
O come Ovejas Negras. Sul carrer intitolato a Hernando Colòn, secondogenito illegittimo del Colombo nazionale, c’è un piccolo bar da tapas dall’arredamento molto minimal con una cucina tanto piccola quanto buona. Luogo preferito di ristoro dello scrivente, turista gastronomico ancora prima che culturale, lo addita prepotentemente per chiunque si troverà prossimamente a Siviglia.
R come Ryanair. Dite quello che volete: per me è stata la prima e l’ultima volta.
S come Siviglia. Grande e confusa. Siviglia è una città in cerca di identità, pezzata com’è tra piccoli quartierini caratteristici come Santa Cruz e Triana e grandi viali che fanno da binari a palazzoni anni settanta.
S come Sole. Il sole in Andalusia non è una romantica stella giallognola venata di rosso melograno, ma un fottuto killer, spietato e senza rimorsi, che non vi molla fino alle dieci di sera. Gli andalusi lo sanno bene e hanno tappezzato le vie di enormi tendoni a tutela delle teste loro e altrui; le temperature in agosto oltrepassano i 40 come niente e a fare la fine di Giordano Bruno e Giovanna D’Arco non ci vuole niente. Compratevi un bel panama bianco da piantarvi sulla testa a costo di sembrare dei mentecatti.
T come Trasporti. Scordatevi i 90 minuti. Se scendi da un bus e sali su un altro devi pagare nuovamente. Occhio!
V come Vino all’arancia. Siete alcolisti e vi trovate a Siviglia? Dirigetevi a Santa Cruz e cercate la più lurida e scalcinata putia della zona. Probabilmente è lì che gusterete il migliore.
Z come Zurbaràn. L’Andalusia trabocca dei suoi quadri ma a me non piace. Sarà che il barocco m’è sempre stato sulle balle.