Dacci oggi il nostro sacro quotidiano

Per puro caso, giorni fa, entravo in possesso dello straordinario libro di uno storico di Cambridge ormai trapiantato in India. Nove storie ambientate nell’India di oggi, nove esperienze che Dalrymple ha raccolto dalla viva voce di chi le ha vissute, nove straordinarie esperienze che tutti dovrebbero leggere.

Prasannamati Mataji mangia una volta al giorno da un guscio spelato di cocco, cammina con una mascherina sulla bocca per non rischiare di inghiottire le minuscole creature che svolazzano e per lo stesso motivo filtra con un colino tutta l’acqua che beve. Si è fatta strappare i capelli alla radice Prasannamati, e quando nessuno le offre del cibo digiuna, fino a quando qualcuno le porterà un pugno di riso e ghi, entro le ore diurne s’intende, perché col buio è vietato mangiare: l’oscurità impedisce di vedere se nel cibo sia caduta qualche creatura vivente. Prasannamati è una monaca jainista, una delle religioni più antiche del mondo e più dure da seguire (1) ma nemmeno la sua fortissima devozione le impedirà di cercare la morte una volta perduta la migliore amica, compagna di monastero.

Hari Das sopravvive riciclandosi ora come guardia carceraria nelle prigioni più pericolose di Kannur ora scavando pozzi d’acqua per i ricchi brahmini della zona. Hari Das è un dalit, un intoccabile, e come tale viene trattato; ma per un periodo dell’anno Hari Das è anche un danzatore di theyyam (2), una danza rituale sacra durante la quale gli attori impersonano divinità maggiori e minori che finiscono per possedere i danzatori; in quel breve periodo gli indù di ogni casta corrono a baciargli i piedi e ad onorarlo.

Rani Bai è una devadasi, una danzatrice sacra, una vestale dedita a curare i templi degli dei. Questo almeno in teoria. In realtà oggi le devadasi sono più simili alle prostitute: appartenendo tutte ormai a famiglie poverissime e di casta inferiore, le ragazze, quasi sempre coattamente, hanno cominciato a offrire i loro servigi nel tempio, e poi nelle loro abitazioni, esponendosi a infezioni e malattie virali come l’AIDS, imperante in India e mascherando questo commercio di giovani e giovanissime come “dovere verso la divinità”. E il dovere verso la divinità è anche l’unico appiglio di Rani Bai e di altre ragazze per non impazzire completamente.

Mohan e Batasi sono una coppia completamente analfabeta; solo loro però riescono a recitare a memoria e senza errori l’intera Epopea di Pabuji, un lunghissimo poema indiano vecchio di seicento anni amato dalla gente di Pabusar. La coppia recita aiutandosi col phad, una sorta di arazzo da cantastorie nel quale dimora lo spirito di Pabuji; una sorta di tempio portatile utile anche negli esorcismi e nelle cure.  Mohan e Batasi danzano, suonano e recitano con una voce bellissima ma probabilmente la loro sarà anche l’ultima generazione depositaria di questo patrimonio.

Lal Peri è una monaca sufi nata in Bihar (India orientale) e cacciata per ben due volte dal suo paese: prima nel 1960 con la secessione del Pakistan dall’India e poi nel 1971 con la separazione del Bangladesh. Vive a Sehwan, nel Pakistan della regione del Sindh, e tocca con mano ogni giorno la cieca intransigenza dell’islam wahabita (3) e deobandi (4) che cerca di fare proseliti nella zona (finanziato generosamente dai Sauditi), alla quale ella e il suo maestro Sain Faqir oppongono la globalità e la tolleranza straordinaria del sufismo, tenacemente diffuso nel paese : “che differenza fa se chiami Allah con i suoi nomi indù, Bhagwan o Ishwar? Sono solo parole in lingue diverse. 

Tashi Passang  è un monaco tibetano che nel 1950, allo scoppio dell’invasione cinese, decide di restituire i voti per andare a difendere la propria terra. Sua madre era stata massacrata di botte dai maoisti e più di una volta Tashi ha rischiato di perdere per sempre la via del Buddha. Dopo avere scortato il Dalai Lama nella sua fuga, un brevissimo scontro a fuoco con l’esercito cinese è sufficiente a mostrare la sua inesperienza in campo bellico; assoldato e addestrato nei corpi speciali tibetani dall’India e dalla CIA americana, Tashi non andrà mai in Tibet a combattere per il suo paese – unico motivo per il quale aveva intrapreso quella via – ma in Bangladesh, al servizio delle esigenze dell’India e degli USA. Avvilito e tormentato da un odio verso i cinesi che non accennava a stemperarsi, si rifarà monaco. Una chiacchierata commovente con una donna cinese proprietaria di un ristorante spegnerà definitivamente quelle fiamme: anche i genitori di quella donna erano stati massacrati dai comunisti di Mao.

Srikanda Stpathy  non è solo un artigiano: è un creatore di idoli. La sua famiglia forgia statue di divinità indù da settecento anni e la cura e la ritualità con la quale egli e i suoi fratelli si dedicano a questo lavoro fa sì che abbiano commissioni prenotate almeno fino all’anno successivo. Perché? Perché gli acquirenti di Srikanda sanno che solo in questa maniera la divinità possederà efficacemente la statua e proteggerà la casa di chi l’ha acquistata; un tale privilegio non spetta a tutti gli artigiani. Avvocati, spazzini, medici, macellai, ingegneri, falegnami, tutti si rivolgono alla sua bottega. Il figlio di Srikanda studierà economia aziendale e ingegneria informatica e ha già progettato un sito di vendita on line delle statue; di imparare il mestiere del padre, però, non vuole saperne.

Manisha Ma Bhairavi vive in un crematorio di Tarapith, in Bengala, curando e bevendo dai teschi che le vengono portati. Si dice che la dea Tara, la più inquietante e violenta divinità indù, abiti qui e la protegga. Tarapith è l’ultima fortezza del tantrismo indù, la corrente più controversa e osteggiata per la preponderanza della dimensione sessuale, per la fisicità estrema e per la carica anarchica e libertaria che reca con sé. Un tantrismo lontano anni luce dalle deviazioni radical chic e dalla pubblicistica erotica e pecoreccia dell’Occidente. Qui nessuno è considerato strano e ogni uomo è accolto con le sue stranezze, visto nella sua vera natura, al di là degli strati di cera che molto spesso coprono il nostro volto.

Kanai a sei mesi ha contratto il vaiolo ed è diventato cieco. Da ragazzo è diventato un Baul, un menestrello itinerante che fuma ganja e racconta storie. I Baul ritengono che Dio non risieda né nelle statue, né nell’aldilà, né in Paradiso ma solo nel corpo degli uomini che cercano la verità; una visione religiosa che spesso sfocia quasi nell’ateismo, anche se in ciò i Baul non rappresentano nulla di nuovo, esistendo forme di scetticismo religioso indù da parecchi secoli prima. I Baul  non tormentano l’uditorio con sermoni e prediche ma lo consolano con poesie e canzoni sull’amore e la ricerca della felicità. Assieme a Kanai c’è Debdas, coetaneo Baul cacciato di casa perché amico di musulmani e vagabondi. Debdas è il migliore amico di Kanai e lo guida tenendolo per mano; Kanai a sua volta si prende cura dell’impetuoso e istintivo amico; insieme passano la vita suonando per le strade e le piazze e la cosa “ci rende così felici che dimentichiamo cosa sia la tristezza” .

Nove Vite, nove esistenze quotidiane con le quali William Dalrymple  apre il sipario su un mondo per noi lontanissimo, dove la dimensione del sacro, nella sua accezione più ampia, convive serenamente con quella del quotidiano, lontana dai religiosismi vuoti e rituali che affliggono l’Occidente. Un mondo dove spesso la ritualità rappresenta forme di compensazione sociale, o di risoluzione di nevrosi, in alternativa alla psicanalisi, di per sé inefficace surrogato di cura. Un mondo certamente contraddittorio, dove qualcuno può diventare direttore commerciale della Kelvinator, con tanto di MBA, per poi decidere di mollare tutto e farsi sannyasi ma anche dove il rigido sistema castale può condannare qualcuno a non poterlo diventare mai solo perché nato nella casta sbagliata. Una lezione in ogni caso per un Occidente sempre più chiuso in una religiosità vuota e strumentale: se nelle statue di Srikanda Stpathy dimorano gli dei, dalle nostre se ne sono andati parecchi secoli fa. 
Contrassegnato da tag , , ,

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.