Innanzitutto, l’università insegna un mestiere. Non solo impartisce un knowledge, ma soprattutto insegna un know how, non separando l’atto del conoscere dalla sua pratica attiva. Una conseguenza di ciò è che sia data immediatamente a qualsiasi laureato (in lettere, in giurisprudenza, eccetera) la licenza di esercitare con piena professionalità il proprio lavoro di professore o di avvocato, senza dover aspettare ulteriori anni di «pratica» in qualche Scuola di specializzazione, piuttosto che in qualche studio, prima di «imparare il mestiere». Nel campo dell’accademia, ne consegue per analogia che, con un diploma di dottorato si possa perciò accedere per davvero al «mestiere della cultura», senza dover aspettare un periodo più o meno lungo prima di poter insegnare e ricercare a tempo pieno.
La ragione di una tale efficacia operativa e formativa risiede non solo nella valorizzazione massima del tempo e delle risorse nella fase del training (senza dover ricorrere a discutibili tagli su fondi e programmi), ma anche in una sapiente fusione del saputo con il posseduto (che, come detto, non rimandi a un generico e incognito «dopo» la pratica vera della professione intellettuale). Così, come per i piloti di aereo, la conoscenza teorica del velivolo si mescola progressivamente con la pratica di un numero determinato di ore di volo richiesto prima dell’emissione di una licenza per volare, allo stesso modo, prima di ricevere un titolo, per un intellettuale lo studio si assimila progressivamente alla pratica attiva dell’insegnamento, della ricerca e della scrittura critica. Il risultato di una tale impostazione dei programmi dottorali è subito evidente: se da una parte, infatti, l’esperienza di insegnamento sul campo garantisce allo studente un’occasione irripetibile di crescita e, all’università, una cospicua riduzione dei costi rispetto all’assunzione di lecturers specializzati (oltre che, non si dimentichi, studenti comunque più competitivi da proporre al mercato del lavoro), dall’altra parte la pratica della ricerca di gruppo nei corsi e il lavoro costante di scrittura garantiscono allo studente non solo la possibilità di creare un bagaglio di informazioni su molteplici argomenti per il futuro (piuttosto che sulla sola sua tesi dottorale), ma anche una consuetudine quotidiana nel reperimento delle informazioni e un’occasione inesauribile per pubblicare e farsi conoscere.
L’università è naturalmente in dialogo con il mercato e la società civile. Lungi perciò dall’idea di coltivare il sapere come un feudo autonomo e dal livellarlo dietro la falsa uguaglianza legale del «titolo di studio», l’università si inserisce nelle dinamiche socio-economiche del presente, gareggiando con il mercato, non certo con l’idea di mercificare il valore del sapere, ma piuttosto di renderlo parte attiva e influente nella vita civile.
Ne consegue che il valore di una università non si misuri più dal numero degli iscritti o delle lauree rilasciate (con il prodotto di una sconfortante inflazione dei titoli stessi, oltre che di una tremenda stasi nel mercato del lavoro), bensì dalla capacità che ogni singola comunità intellettuale esprime di proporre risposte convincenti per il presente e soluzioni innovative per il futuro.
Disposte come sono in una classifica di rendimento, gli atenei per sopravvivere hanno dunque l’obbligo di migliorarsi continuamente intercettando, attraverso una capillare rete di scouting e marketing, non solo i professori migliori (attirandoli con migliori stipendi, migliori audiences e migliori risorse), o gli studenti migliori (con la promessa di crescita nella competizione con i migliori coetanei e nella familiarità con i migliori maestri), ma anche eventuali donatori/investitori tra gli ex alunni e benefattori privati e pubblici per l’estensione del proprio patrimonio librario e artistico.
Un terzo aspetto che rende attraente l’università è paradossalmente la sua idea «medievale» del sapere: un sapere cioè che sia il più possibile unitario, condiviso, e verticale, in tensione verso una summa, o una sintesi, che aiuti a leggere la realtà del presente, del passato e del futuro in funzione del benessere di tutta la società.
Il modello universitario non propone un sapere enciclopedico: finito, frammentato (nel dogma della incomunicabilità tra differenti discipline e nella separazione tra le sfere delle competenze), elitario e, in sostanza, conservatore dello status quo nel suo intrinseco istinto compilatorio.
La conseguenza si traduce nel fatto che una ricerca originale non parte dal reperimento di un frammento ancora inesplorato nel catalogo delle opere e degli autori (strategia comune per evitare di imbattersi in qualcosa di cui inevitabilmente «è già stato scritto tutto» e per evitare di compromettere la carriera), ma da una rilettura del passato, della tra-dizione, che in qualche modo illumini meglio il presente o, meglio, lo «legga».
Contrariamente a come la letteratura veniva spesso presentata, ora come un catalogo di dettagli (cosa che la rendeva mostruosamente noiosa ai ragazzi delle nostre scuole) ora, ancora peggio, come un dominio degli addetti ai lavori (gli unici a quanto pare in grado di poter esprimere un parere sensato su un testo) adesso il leggere (la letteratura come il cinema) è presentato come un modo privilegiato per «leggere» il presente e come una discussione aperta e continua sulla realtà. In tale vivace contesto interpretativo – non bisogna negarlo – è sicuramente più elevato il rischio di produrre errori o deviazioni sui testi letterari; ma, d’altra parte, tanto più ampi saranno l’orizzonte e la libertà della conversazione, tanto più alta sarà la possibilità di creare un retroterra florido per la nascita di nuovi capolavori critici, letterari o cinematografici, e con essi non solo di nuovo mercato dell’intrattenimento, ma anche e soprattutto di nuove «letture» della realtà volte all’autocoscienza di un’intera società.
E così, in breve, mentre prima Dante veniva tagliato a pezzetti, adesso l’esule fiorentino diventa oggetto di interi corsi in moltissimi atenei (arrivando a influenzare successi come il film Seven o Il circolo Dante di Matthew Pearl).
L’università è tornata a essere una fucina di letture della realtà, ricettiva del presente e proiettata verso il futuro proprio perché radicata nella grande tradizione del passato, non più un museo archeologico di un passato a noi estraneo, una fabbrica di permessi per il lavoro o un immobile sistema di privilegi.
Vi piacerebbe leggere queste parole sul sito di una qualsiasi università italiana, vero? Magari sulla pagina principale del Ministero dell’Istruzione; un manifesto epocale di rinnovamento universitario. E invece no. Il testo qui sopra è tratto – con modifiche molto libere per le quali chiedo scusa all’autore – da una lettera (1) di Luca Cottini, italiano e dottorando in letteratura italiana ad Harvard, che tratteggia con molta efficacia le abissali differenze tra Italia e U.S.A. riguardo al mondo universitario. Ci siete rimasti male? Consolatevi. Cinque minuti di illusione sono meglio di niente.
Che si parlasse dell’Italia ovviamente non l’ho pensato nemmeno per un secondo
Io non so come funzioni il sistema universitario americano, per quel poco che so non credo si possa prendere a modello (anche se ora come ora l’università italiana sfigurerebbe anche accanto a quella del Burundi).
Avendo studiato in Germania posso dire che, per quanto il sistema tedesco abbia le sue pecche (aggravate e non poco, come quelle di mezza Europa, dal “Processo di Bologna”), è efficientissimo nell’accostare la teoria alla pratica, dal momento che allo studio teorico (che presuppone sempre e comunque un lavoro critico autonomo di ricerca e scelta dei testi) si affianca continuamente un esercizio pratico di scrittura ed esposizione di relazioni critiche, e questo fin dal primo anno.
In Italia noi studenti di lettere non impariamo a scrivere e questo ci rende inadeguati al mercato del lavoro. Non impariamo nemmeno ad insegnare, con il risultato che quando (dopo secoli di attesa) i nostri ragazzi si trovano costretti ad affrontare una scolaresca, spesso e volentieri risultano inadeguati.
W l’ItaGlia…