This must be the place

Cheyenne, cinquant’anni, trentacinque dei quali passati accanto ad una donna un po’ moglie e un po’ mamma e in mezzo venti trascorsi tra droghe, alcool, palchi e concerti da sturbo esistenzialista. Sembra uscito dalla copertina di un gruppo new wave Cheyenne, coi capelli neri cotonati, il rossetto, il mascara e un quintale di ferraglia alle falangi. Ma Cheyenne è veramente un uomo da copertina, e non certo di un solo cd: frontman di uno storico gruppo post punk a cavallo tra i lacrimevoli ending 70′s e i laccati 80′s, travolto dalla nuova epica dello stomach pain ululata dai cantori del grunge in jeans e scarpe da ginnastica, vive da vent’anni in una bellissima villa con parco a Dublino coi proventi delle royalties. Ma la lacca Cheyenne non l’ha mai esaurita, e nemmeno l’eye liner. E hanno voglia di additarlo i ragazzi del supermercato mentre si trascina a fatica per gli scaffali come un Mac Beth preraffaellita zavorrato da un carrello della spesa con le ruote. Non è felice Cheyenne: forse è un po’ depresso, forse sta solo confondendo la noia con la depressione, come dice sua moglie; sicuramente sente un gran peso addosso, qualcosa di invisibile è certamente lì a foderargli le budella. Lo sa lui, e lo sa la moglie; e lo sa pure David Byrne, col quale sfoga trent’anni di “peterpanismo” irrisolto, una lunghissima gestazione gravida di un orribile nulla e funestata da lutti causati involontariamente. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto da tre decenni, lo fa tornare a New York, rivelandogli la profonda ossessione del genitore: vendicarsi di un vecchio nazista per un’umiliazione subita in un campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti: Michigan, New Mexico, Utah.

Il mondo pop – dark che Cheyenne continua a portare addosso è in estinzione, come la tribù di cui porta il nome e il suo aspetto desta curiosità e risa: un mentecatto, un pazzo uscito dal manicomio. Ma a differenza dei folli medievali lui non ha alcuna conoscenza superiore da rivendicare, nessuna lezione di saggezza da impartire; le uniche che ha diffuso sono servite solamente a mandare due ragazzi anzitempo sottoterra. La sua gita al paese dei balocchi non è mai terminata: il vagoncino della giostra si è fermato nel bel mezzo del percorso e lui si è limitato a scendere, illudendosi così di essere andato avanti. Ma il vagoncino è rimasto là, sotto forma di carrellino della spesa o di trolley da viaggio. Cheyenne capisce che è ora di rimetterlo sui binari. Ci riuscirà?

This must be the place è un film sul dovere di crescere e sui distacchi. Cheyenne è un cinquantenne rimasto fermo all’adolescenza che ha trovato nella moglie (anche) un feticcio materno e nella musica la strada più semplice per non dover affrontare il battesimo del fuoco dell’età adulta: abbastanza ricco da non dover cercare lavoro, abbastanza talentuoso per non dover sgomitare alla ricerca di un posto al sole, troppo radicato nell’adolescenza per potere a sua volta diventare padre e dunque privo della giusta chiave per comprendere il comportamento del suo. A permuta del proprio genitore, col quale non riesce a parlare in tempo, Cheyenne cerca David Byrne, amico musicista di vecchia data e adulto compiuto. Lui sa fare cose bellissime, dice Cheyenne, mostrandosi conscio della differenza con un cantante di canzonette lacrimevoli buone perché andavano di moda. Il Byrne di bianco vestito convince l’ex icona del dark finto esistenziale che è ora di crescere, di togliere il trucco e mostrarsi per ciò che veramente è. Per andare alla ricerca di sé stessi, del resto, non è necessario andare in India: lo Utah, un settantenne ebreo incazzato e un nazista ultra novantenne con famiglia sono più che sufficienti. Forse un giorno Cheyenne si risveglierà come Ebenezer Scrooge, fresco e pulito come un bambino, quello vero però, nato dalla pelle di un uomo che la vita l’ha attraversata fino in fondo. Il viaggio sarà lungo e questo Peter Pan gotico regalerà innumerevoli momenti di tenerezza e di candore a chi invece è cresciuto fin troppo. La vita, si sa, è ingiusta: a chi tanto e a chi niente.

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